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Quel treno in Texas

Faceva caldo, quel giorno in Texas. Fa spesso molto caldo, lì.

Dovevo fare la spesa da Walmart, come sempre, ma quel giorno ero un po’ di fretta, perché c’era la finale del Super Bowl in TV e dovevo andare a cena da amici.

Ho parcheggiato più vicino del solito. In genere parcheggiavo lontano. Adoravo traslare lentamente dal fresco artificiale dell’auto al phon caldo e asciutto della terra del grande cielo. Adoravo sentire il sole che mi bruciacchiava la pelle durante il tragitto, vagando poco vestita con il mio top bianco, gli striminziti shorts rossi e le immancabili flip-flop.

Ho trotterellato nelle corsie con un passo un poco più svelto, quel pomeriggio, gettando nel carrello avocado, jalapenos, lime, per improvvisare un guacamole. Qualche filetto di tonno da fare alla piastra. L’immancabile pasta Barilla, che ci teneva il cuore più legato a casa. La limonata Minute Maid, quella originale, senza bollicine, che in Italia non trovo mai e che mi manca così tanto. E qualche bottiglia di Arizona Green Tea, che avrei comprato anche solo per le bottigliette di vetro decorate, quelle con la ragazza col kimono e i peschi vestiti di rosa.

Quando entri da qualche parte, in Texas, ti infili la felpa perché dentro si gela. Questa volta non l’avevo neppure messa sulle spalle. Pensavo al Super Bowl.

Ho pagato in fretta al self checkout, ho salutato e mi sono rituffata nel caldo, che ha disteso in un minuto la pelle d’oca provocata dai condizionatori.

Ho preso la macchina e ho schiacciato sull’acceleratore.

Ma pochi secondi dopo, alquanto contrariata, ho dovuto pestare il freno. Si stava abbassando il passaggio a livello, per treno in transito.

Poco male, penserete. Qualche minuto in più. Be’, lo sapete che si usa dire che tutto è più grande in Texas? Il fatto è che vale anche per i treni. Convogli infiniti, con numeri di vagoni che non saprei neppure dirvi.

Ero scocciata, dapprima. Mi aspettava il dannatissimo Super Bowl.

Ma poi un pensiero ha bussato, in quel preciso momento. Chiusa nel refrigerio dell’auto, ho pensato che ero lì, nella mia America, nel mio rovente Texas. Ero lì, nei miei tanto sognati sogni d’infanzia, nella terra del grande cielo, dove l’orizzonte sembra non giungere mai.

Ho tirato giù il finestrino. Ho spento il motore, come consigliava il cartello di fronte a me in caso di sosta, e come avevano già fatto gli Americani, obbedienti e civili.

Ho pensato che il Texas non sarebbe durato per sempre.

Ho pensato che l’avrei rimpianto, un giorno. Che mi sarebbe mancato quel cielo immenso, quelle nuvole libere di cavalcare verso tramonti color magenta, quegli scoiattoli cicciotti che scorrazzavano nei viali.

Avrei rimpianto quella piscina bollente dove passavo qualche pigro pomeriggio, lamentandomi della noia. Quella piscina su cui cadevano i fiori rosa e in cui ha nuotato con me il mio papà, quando è venuto a trovarmi in America.

E forse ogni tanto, chissà, avrei rimpianto quel preciso e perfetto istante, con la macchina spenta, l’aria condizionata spenta, il vento del sud dentro i capelli, i brividi sulla nuca. Il rumore soporifero di quel treno infinito. L’infinito in un istante.

Poi è finito il treno. Passato. Ho sentito come uno schiocco di dita, mi sono ricordata il Super Bowl. Ho riacceso la macchina e sono ripartita, ripassando la ricetta del guacamole.


Mindfulness

Oggi ho scoperto che quella sensazione ha un nome.

Si chiama Mindfulness. Un termine che si può tradurre con consapevolezza. Vuol dire prestare attenzione al momento presente, con intenzione e con attenzione. Vuole dire hic et nunc, vuol dire CARPE DIEM.

L’attimo fuggente, significa.


Mamme versus tempo

Ora sono mamma di due bambini di 5 e 6 anni. E non sempre ho vissuto il mio percorso di mamma con mindfulness. Mi ricordo l’odore dell’olio sulla loro pelle neonata, mi ricordo vagamente il dolore del parto, mi ricordo le notti insonni e la fatica. Ma tutto un po’ mischiato, ecco. Non a fuoco.

Mi sono scordata, nel gran da fare, di prestare più attenzione ai dettagli e agli attimi. Ai mille microcosmi che possono essere racchiusi in un singolo, totale istante.

Me lo voglio ricordare, ora. Voglio assaporare, sottolineare, concentrare la mente nella magia di quegli attimi che mi scivolano troppo spesso tra le dita, come polvere in una clessidra.

Voglio posare lo smartphone, lasciare i piatti sporchi sulla tavola, e sedermi sul divano con i miei bimbi tra le braccia, prima di mandarli a dormire. Anche se la casa odora di cavolfiore anziché di Oust.

Voglio l’hic et nunc a colazione, voglio insalate di mindfulness e polpettoni di carpe diem.

Voglio l’attimo fuggente.


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