Lettera a mio padre

mio padre

Caro papà,

è un anno che non ci sei e forse è ora di dirti addio. L’anno scorso, con il cuore il sorriso e le dita congelati dalla tua morte, non ho saputo scriverti. Quest’anno il gelo del cuore si è sciolto. Poi hanno divampato fuochi di rabbia. Ora resta la tiepida brace del dolore.

Sognavo per te una morte diversa, una morte improvvisa da reporter di guerra, il mestiere che tanto amavi. Una morte da eroe in mezzo alla guerriglia, con la tua reflex allacciata a te nell’ultimo respiro.

Ma è stato il cancro a dichiararti guerra e ha rovinato gli ideali di gloria.

Non riesco a dirti addio, forse. Ma, a un anno di distanza da quel giorno irreale, riesco a dirti GRAZIE.

Grazie per quando mi facevi volare come un aeroplano e mi facevi atterrare sul porto sicuro delle tue ginocchia.

Grazie per quando mi facevi dormire un po’ con te, la domenica mattina. Mi infilavo sempre più sotto la tua schiena, fino a farti cadere dal letto.

Grazie per quando, costretto a lasciarmi all’asilo disperata, mi insegnavi a ripetere quel mantra bambino: TENGO DURO, TENGO DURO, TENGO DURO. Così arrivava la magia e io smettevo di piangere.

Grazie per quando tentavi di trascinarmi all’asilo, ma poi credevi che io davvero avessi mal di pancia e mi portavi nel dolce tepore della casa dei nonni.

Grazie per aver ceduto al mio eterno smarronamento e per avermi preso i cagnolini che tanto desideravo.

Grazie per aver speso per me, quell’anno, quel milione di lire che ti serviva per cose più serie. E per averlo destinato ai miei studi in Inghilterra.

Grazie per quando venivi a recuperarmi in discoteca alle quattro del mattino, e ti fermavi a ballare un po’ con me.

Grazie per quando mi portavi a scuola, perché perdevo il pullman e ti chiamavo in lacrime. Tu ti alzavi senza un lamento e guidavi il fuoristrada sui marciapiedi per non farmi arrivare in ritardo.

Grazie per quando ti telefonavo da qualche locale, ansiosa e gonfia in preda a una crisi allergica, perché non facevo attenzione a cosa mangiavo. E tu mi portavi in ospedale di corsa.

Grazie per tutti i pupazzi di neve che hai fatto per me e Ste. Grazie per quello super scemo, che doveva defecare e stava piegato per il mal di pancia.

Grazie per quando sei dovuto andare via di casa e ci hai permesso di vedere le tue lacrime.

Grazie per le nostre buffe convivenze, quando dormivo da te per andare all’università. Mi cucinavi le uova alla Pinot e io ti allagavo casa a ogni lavatrice, perché dimenticavo di sistemare il tubo di scarico.

Grazie per quando ero spaventata a morte da una sciocca interrogazione, e tu mi dicevi di immaginare il professore seduto sul wc. Così non avrei più avuto paura di lui.

Grazie per i film che abbiamo guardato insieme, quando tu indossavi quello strambo poncho peruviano e pasteggiavamo a grissini e Brie Alpino. E grazie per quando mi veniva il ciclo e correvi a comprarmi gli assorbenti.

Grazie per quando piangevo per i miei fallimenti, e tu mi dicevi di non mollare e avere pazienza.

Grazie per l’incredibile ottimismo, l’intramontabile forza di volontà con cui iniziavi e portavi a termine ogni nuovo progetto. È stato un grande esempio.

Grazie per come trasformavi la rabbia e la frustrazione in incazzatura e in coraggio.

Grazie per avermi detto che, se non combinavo nulla, era perché non lo volevo davvero. Se vinci, è merito tuo. Se perdi, è colpa tua. Così ragiona colui che vince.

Grazie per avermi detto che, se avevo un cervello tutto mio, serviva per usarlo a modo mio, indipendentemente da quello che facevano gli altri.

Grazie per quella vacanza in Toscana, con camper e gommone. Quando ti sei lanciato sul molo alla Indiana Jones e ti sei procurato quell’eroica cicatrice. E quando hai preso quella stretta galleria contromano e hai dovuto fare retromarcia con camper e gommone agganciati insieme. Io e Ste ridevamo come matti. E mamma piangeva!

Grazie per aver apprezzato le mie incerte canzoni con la chitarra. Mi facevi sentire Carlos Santana.

Grazie per le nostre furiose litigate, che hanno fatto crescere tutti e due.

Grazie perché, anche se tu e mamma eravate separati, avete sempre fatto prevalere la ragione e il nostro benessere sui vostri rancori.

Grazie per la compagna che hai scelto dopo, a cui mi lega un grande affetto. E per Aly, che sento da tanti anni come mia sorella di vita.

Grazie per esserci sempre stato ai compleanni, agli onomastici, alle recite dei bambini, alle giornate dei nonni, alle visite. Per aver sempre preso in mano quella fitta agenda, aver spostato e cancellato, ed esserti reso disponibile per noi.

Grazie per essere venuto a trovarmi in America, quando mi sentivo sola e tu sei venuto oltreoceano, a cavalcare con me nella Monument Valley.

Grazie perché Becky e Bibi ancora disegnano Nonno G e dicono che vorrebbero rivederti, perché tu facevi gli scherzi. E a loro piacevano i tuoi scherzi.

Grazie per i tuoi libri, la tua testardaggine, la tua barba, il tuo sorriso, la tua pelata, il tuo aiuto, le tue pacche sulle spalle, le tue sgridate, i tuoi incoraggiamenti, i tuoi gilet multitasca, i tuoi cappelli da cowboy, le tue agende, le tue borse di cuoio, le tue foto. Milioni e milioni di foto, per fermare la vita in ogni palpito e non perdere istanti preziosi.

Grazie per come hai saputo, nonostante tutto, essere un papà imperfettamente perfetto.

Ti voglio bene.

Grazie, papà.

 

Silvia

Mamma di due più una, redattrice, blogger. Laureata in Storia e Critica del Cinema. Ex aspirante attrice, ex consulente collezioni, ex operatrice call center, ex commessa, ex hostess, eccetera, eccetera. ITALIANA. In una precedente vita sicuramente AMERICANA.

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6 Risposte

  1. Marcella ha detto:

    Quando scrivere va oltre allle parole. Bellissima Silvia, grazie! Un abbraccio con affetto!

  2. Anna ha detto:

    Gian… proprio lui: “imperfettamente perfetto” e “diversamente presente”… così lo ricorderemo!

  3. Diana ha detto:

    Parole che toccano il cuore ❤️

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